In dieci anni un milione di alunni in meno

 Un approfondimento della Fondazione Agnelli  , curato da Stefano Molina e  realizzato a partire da elaborazioni sui dati Istat, ci dice che nel prossimo decennio l’evoluzione demografica porterà a una significativa contrazione della popolazione studentesca  (dai 3 ai 18 anni), in tutte le regioni del Paese, che porterà il totale degli alunni dagli attuali nove milioni a otto milioni. Questa riduzione di oltre il 10% comporterà, a regole vigenti, la scomparsa di decine di migliaia di classi e di circa cinquantacinquemila docenti in meno.

 

La diminuzione della popolazione studentesca investirà nei prossimi 10 anni in modo progressivo e differenziato tutte le aree e le regioni del Paese, a partire dalla scuola dell’infanzia e dalla primaria.
La popolazione fra 3 e 5 anni diminuirà ovunque già da oggi, portando nel 2028 a una riduzione di circa 6.300 sezioni della scuola dell’infanzia a livello nazionale, a regole vigenti.

Gli iscritti alla scuola primaria (6-10 anni) diminuiranno consistentemente al Nord, al Centro e al Sud (con un picco del 24% in Sardegna e del 20% in Campania, ma lo stesso Veneto scenderà del 18%) con una perdita di circa 18.000 classi.

Gli iscritti alla scuola media (11-13 anni) continueranno a crescere debolmente per qualche anno al Nord e al Centro, per poi unirsi al Sud nel declino, con una perdita totale al 2028 di circa 9.400 classi.

Una traiettoria simile alle medie superiori – sebbene più spostata in là nel tempo – avrà anche la popolazione fra i 14 e i 18 anni, con una perdita
complessiva alle scuole superiori di circa 3.000 classi nel decennio (in Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria e Lazio il saldo nel 2028 sarà, però, ancora positivo).

Una situazione del genere propone problemi e sfide nuove alle politiche scolastiche dei governi futuri, che dovranno sapere tenere conto delle onde lunghe dei cambiamenti demografici.

Una prima alternativa è non fare nulla: accettare la riduzione degli organici determinata dal declino demografico, con la conseguente minore capacità di rinnovamento del corpo docente. Tale soluzione potrebbe portare, peraltro, a un risparmio di quasi 2 miliardi di euro annui.

Ma ci sono alternative. Una potrebbe essere aumentare il numero medio di insegnanti per classe, come avvenne nel 1990 con l’introduzione del modulo didattico alle scuole elementari, favorendo lo sviluppo di forme di coprogettazione interdisciplinare anche ai gradi superiori.

Una seconda ipotesi consiste nella riduzione del numero medio di studenti per classe. Ad esempio, in Francia la «riforma Macron» ne prevede il dimezzamento nelle aree più problematiche.

L’alternativa che tuttavia appare preferibile a chi dà priorità al miglioramento della qualità dell’istruzione in Italia – ha chiosato il direttore della Fondazione Agnelli – è un rafforzamento generalizzato della “scuola del pomeriggio”, con più possibilità di scelta del tempo pieno/prolungato, attività integrative, supporto ai percorsi personalizzati, contrasto all’abbandono”.