Mensa scolastica senza sconti se si possiede un’auto di grossa cilindrata

 Con sentenza 25 maggio 2018, n. 13193, la Corte di Cassazione  [ sintesi: ha stabilito che non si ha diritto alla mensa scontata se si possiede un’auto di grossa cilindrata. Questo, naturalmente, se nel regolamento comunale è inserita tale regola. È infatti discrezione dell’amministrazione comunale decidere i motivi di esclusione dai benefici. Nel caso in questione si trattava di una signora che aveva il possesso di una vettura di cilindrata superiore ai 2500 cavalli e che aveva chiesto la tariffa agevolata per i pasti del suo bambino. Questa, residente in provincia di Torino, si era vista recapitare a casa una cartella esattoriale con la richiesta di saldare il prezzo pieno per la mensa del figlio. La donna ha impugnato il documento ma, nonostante abbia dichiarato che la macchina era vecchia e appartenente tra l’altro al suo ex convivente (padre del bambino), la Cassazione non ha voluto sentire ragioni e ha emesso la sentenza a favore del Comune.
A fare i regolamenti è il Comune e molte norme, quindi, sono a discrezione dell’amministrazione. Secondo la Cassazione è assolutamente legittimo che si possa stabilire che chi possiede auto di grossa cilindrata non abbia diritto a una tariffa agevolata per la mensa, perché sarebbe una prova della ricchezza del nucleo familiare. Anche se la vettura non è nuova e, come nel caso in questione, nemmeno di proprietà della donna]

Sentenza 25 maggio 2018, n. 13193
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONI UNITE CIVILI
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
RENATO RORDORF – Primo Pres.te f.f. –
GIOVANNIAMOROSO – Presidente Sezione –
ANIELLO NAPPI – Consigliere –
BIAGIO VIRGILIO – Rei. Consigliere –
ETTORE CIRILLO – Consigliere –
UMBERTO BERRINO – Consigliere –
ERNESTINO LUIGI BRUSCHETTA – Consigliere –
LUIGI ALESSANDRO SCARANO – Consigliere –
ANTONIETTA SCRIMA – Consigliere –
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
sul ricorso 23244-2015 proposto da:
(omissis) , elettivamente domiciliata in (omissis) (omissis) presso lo studio dell’avvocato (omissis) (omissis) , che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato (omissis)
– ricorrente –
contro
COMUNE DI CHIERI, in persona del Sindaco pro tempore, elettivamente domiciliato in (omissis) , presso lo studio dell’avvocato (omissis) , rappresentato e difeso dall’avvocato (omissis)
– controricorrente –
nonché contro
(omissis) S.P.A.;
-intimata-
avverso la sentenza n. 4469/2015 del TRIBUNALE di TORINO, depositata il 18/06/2015.
Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 20/06/2017 dal Consigliere Dott. BIAGIO VIRGILIO;
udito il Pubblico Ministero, in persona dell’Avvocato Generale Dott. FRANCESCO MAURO IACOVIELLO, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso;
uditi gli Avvocati (omissis) per delega dell’avvocato (omissis) e (omissis)
FATTI DI CAUSA
1. (omissis) propose opposizione avverso la cartella esattoriale con la quale il Comune di Chieri le aveva chiesto il pagamento relativo al servizio di mensa scolastica – fruito dal figlio minore – in base alla tariffa piena, anziché a quella agevolata che l’opponente aveva applicato nonostante il rigetto della relativa istanza, pagamento fondato sul regolamento comunale (approvato con deliberazione n. 94/2010 e modificato con deliberazione n.
69/2011), il quale escludeva dal beneficio, per quanto qui rileva, il nucleo familiare «in possesso a titolo di proprietà o di utilizzo di un’autovettura di cilindrata superiore a 2500 c.c.».
La (omissis) sostenne di avere diritto alla tariffa agevolata sia perché l’autovettura era intestata all’ex convivente, genitore del bambino, in comproprietà col di lui padre, sia in considerazione della vetustà del veicolo.
Con successivo atto di citazione, la (omissis) , avendo nelle more provveduto al versamento della somma recata dalla cartella per evitare la sospensione del servizio di scuolabus, chiese la condanna del Comune alla restituzione dell’importo versato (pari ad €. 467,28).
Il giudice di pace di Chieri, riuniti i giudizi ed affermata la propria giurisdizione, accolse la domanda con sentenza del 29 gennaio 2014.
Il Comune di Chieri propose appello, che è stato accolto dal Tribunale di Torino con sentenza del 18 giugno 2015.
Il Tribunale ha ritenuto che il primo giudice aveva erroneamente proceduto alla disapplicazione del regolamento comunale, potere che gli era precluso trattandosi di un giudizio in cui era parte la p.a. e che concerneva una situazione giuridica soggettiva qualificabile come di interesse legittimo e non di diritto soggettivo. In tal modo il giudice di pace aveva anche violato i principi regolatori della materia in materia di disapplicazione degli atti amministrativi, per cui andava respinta l’eccezione dell’appellata di inammissibilità del gravame per violazione dell’art. 339, terzo comma, cod. proc. civ.
Ha aggiunto che il primo giudice aveva illegittimamente sindacato, sancendone il carattere discriminatorio, il contenuto del provvedimento amministrativo in esame, col quale il Comune aveva invece espresso la propria discrezionalità in tema di prestazioni sociali agevolate, secondo le previsioni dettate dal d.lgs. n. 109 del 1998.
Ha, in conclusione, accertato il diritto del Comune di percepire la somma suddetta e condannato la (omissis) a versarla nuovamente al Comune, che l’aveva nel frattempo restituita.
2. Avverso detta sentenza (omissis) ha proposto ricorso per cassazione articolato in otto motivi.
3. Ha resistito con controricorso il Comune di Chieri.
4. Entrambe le parti hanno depositato memoria.
RAGIONI DELLA DECISIONE
1. Con il primo motivo la ricorrente denuncia la violazione degli artt. 7 e 133, lettere b) e c), del d.lgs. n. 104 del 2010 (cod. proc. amm.) per avere il Tribunale di Chieri negato la giurisdizione del giudice ordinario in controversia relativa al corrispettivo dovuto per la fornitura del servizio pubblico di mensa scolastica.
Con il secondo motivo lamenta – in relazione, fra l’altro, alle medesime norme anzidette – che il giudice a qua ha erroneamente qualificato come interesse legittimo, anziché come diritto soggettivo, la posizione giuridica dedotta in giudizio ai fini della giusta determinazione del corrispettivo in questione.
Col terzo motivo è denunciata la violazione degli artt. 112, 329 e 359 cod. proc. civ. e dell’art. 9 del d.lgs. n. 104/2010 cit. per avere il giudice d’appello violato il giudicato interno sulla giurisdizione.
Con la quarta censura la ricorrente si duole del fatto che il Tribunale, in violazione degli artt. 4, 7, 9 e 133 del d.lgs. n. 104/2010 cit., ha negato, nella fattispecie, il potere del giudice ordinario di disapplicazione dell’atto amministrativo illegittimo.
Col quinto motivo lamenta, in subordine, che il giudice a qua, in contraddizione con il presupposto diniego della giurisdizione del giudice ordinario, abbia deciso la causa nel merito, anziché rimetterla davanti al giudice amministrativo.
Con il sesto, il settimo e l’ottavo motivo, infine, la ricorrente denuncia: a) violazione degli artt. 112, 113, 339, terzo comma, e 342 cod. proc. civ. e 111 Cost., là dove il giudice a qua ha rigettato l’eccezione di inammissibilità dell’appello del Comune, formulata dall’appellata per la mancata indicazione dei principi regolatori della materia posti a base della sentenza di primo grado, pronunciata secondo equità (sesto motivo); b) violazione dei principi regolatori della materia in relazione alla interpretazione dei contratti (principi derivati dagli artt. 1341, 1370, 1371, 2597 cod. civ., dal d.lgs. n. 109 del 1998 e dalle norme a tutela del consumatore), in base ai quali la delibera comunale in esame non può trovare applicazione nei confronti della ricorrente, non contemplando la comunione del bene e il compossesso, e quindi l’uso saltuario del bene medesimo (settimo motivo); c) violazione degli artt. 112, 115 e 324 cod. proc. civ., 2909 cod. civ., 7 del d.lgs. n. 104/2010, dei principi regolatori della materia relativa al contratto di somministrazione, nonché degli artt. 1418 cod. civ., 3 e 111 Cast., in virtù dei quali, in via subordinata, la delibera de qua deve essere disapplicata (ottavo motivo).
2.1. Il ricorso va complessivamente rigettato, anche se la motivazione della sentenza impugnata deve essere parzialmente corretta ai sensi dell’art. 384, ultimo comma, cod. proc. civ.
2.2. Sono innanzitutto inammissibili il primo, il terzo e il quinto motivo, in quanto il presupposto sul quale si basano, e cioè che il Tribunale di Chieri abbia negato la propria giurisdizione, è chiaramente smentito dalla sentenza impugnata, con la quale il giudice a qua, previa implicita conferma della propria giurisdizione (quand’anche, in ipotesi, imposta dal giudicato interno formatosi sul punto), ha deciso la causa nel merito.
2.3. Il secondo motivo, attinente alla qualificazione giuridica della posizione soggettiva fatta valere in giudizio, è fondato.
Va, in primo luogo, ribadito il consolidato principio della giurisprudenza di queste sezioni unite secondo il quale, ai fini del riparto della giurisdizione tra giudice ordinario e giudice amministrativo, rileva non già la prospettazione delle parti, bensì il cosiddetto petitum sostanziale, il quale va identificato non solo e non tanto in funzione della concreta statuizione che si chiede al giudice, ma anche e soprattutto in funzione della causa petendi, ossia dell’intrinseca natura della posizione soggettiva dedotta in giudizio (tra le più recenti, Cass., Sez. U., 21/5/2014, n. 11229; 15/1/2015, n. 604; 15/12/2016, n. 25836; 15/9/2017, n. 21522).
Nella fattispecie, la controversia concerne la determinazione del corrispettivo preteso dal Comune per la fornitura del pubblico servizio di mensa scolastica e la posizione del privato – mentre è di interesse legittimo (suscettibile di tutela solo presso il giudice amministrativo) rispetto al provvedimento generale di determinazione della tariffa – assume la consistenza del diritto soggettivo, tutelabile dinanzi all’autorità giudiziaria ordinaria, per quanto concerne l’accertamento dell’inesistenza del potere dell’ente di pretendere la prestazione pecuniaria, in assoluto o in un determinato ammontare, giacché, in tal caso, vengono in contestazione diritti ed obblighi di fonte contrattuale privata e ben potendo il giudice ordinario verificare incidentalmente la legittimità e l’efficacia dei provvedimenti dell’autorità amministrativa determinativi o modificativi della tariffa (Cass., Sez. U., 17/3/2004, n. 5412; 3/2/2014, n. 2295).
2.4. Il quarto motivo attiene all’esercizio, da parte del giudice ordinario, del potere di disapplicazione degli atti amministrativi e ai suoi limiti, soggettivi ed oggettivi.
In primo luogo, deve ritenersi – contrariamente a quanto affermato dal giudice a qua, che ha sul punto richiamato Cass., Sez. U., 6/2/2015, n. 2244 – che il detto potere può essere esercitato
anche nelle controversie in cui sia parte la pubblica amministrazione, e non già soltanto in quelle tra privati: il fatto, cioè, che il giudizio si svolga tra un privato e una pubblica amministrazione non preclude affatto, di per sé, ai sensi dell’art. 5 della legge 20 marzo 1865, n. 2248, allegato E, il potere del giudice ordinario di esaminare incidentalmente il provvedimento amministrativo ai fini della sua eventuale disapplicazione (tra altre, Cass., Sez. U., 6/8/1975, n. 2987; 10/9/2004, n. 18263; 9/1/2007, n. 116; 5/6/2014, n. 12644).
Ciò precisato, ai fini dell’esercizio in concreto del potere di disapplicazione è però necessario che ricorrano le seguenti due condizioni oggettive: a) il provvedimento amministrativo non può costituire l’oggetto diretto della controversia, cioè non può venire in rilievo come fondamento del diritto dedotto in giudizio, bensì deve configurarsi quale mero antecedente logico, sicché la questione della sua legittimità si prospetti come pregiudiziale in senso tecnico e non come principale (tra le tante, Cass., Sez. U., n. 2987 del 1975 e n. 2244 del 2015, citt.; Cass. nn. 22/2/2002, n. 2588; 13/9/2006, n. 19659; 10/1/2017, n. 276); b) il provvedimento deve essere affetto da vizi di legittimità, come tali lesivi di diritti, mentre il sindacato del giudice è escluso con riguardo alle valutazioni di merito . attinenti all’esercizio del potere discrezionale dell’amministrazione (tra altre, Cass., Sez. U., n. 18263 del 2004 e n. 116 del 2007, citt.; Cass. 22/2/2010, n. 4242; 6/3/2013, n. 5588).
2.5. La statuizione del Tribunale di Chieri, nella parte in cui ha ritenuto che, nella fattispecie, il primo giudice ha esercitato il potere di disapplicazione al di fuori dei limiti consentiti, e in particolare di l quello suindicato al punto b), è corretta.
Il giudice di pace, infatti, là dove ha considerato discriminatoria la previsione del regolamento comunale in questione, perché riferita al solo elemento della cilindrata del veicolo, senza tener conto della vetustà dello stesso (e quindi del suo valore economico) e della frequenza del suo uso (costante o, come nella specie, saltuaria), ha evidentemente espresso un sindacato non di legittimità, bensì di merito del provvedimento: ha, cioè, censurato la scelta discrezionale dell’ente in tema di requisiti di accesso alla prestazione agevolata de qua, compiuta – peraltro, in modo non manifestamente irragionevole – in base al potere, attribuito agli enti erogatori dall’art. 3, comma l, del d.lgs. 31 marzo 1998, n. 109, di prevedere, al fine di fruire del beneficio, «accanto all’indicatore della situazione economica equivalente (….), criteri ulteriori di selezione dei beneficiari».
Il quarto motivo deve essere, pertanto, rigettato.
2.6. Il sesto motivo è infondato.
Il Tribunale ha, infatti, espressamente esaminato l’eccezione di inammissibilità dell’appello ex art. 339, terzo comma, cod. proc. civ., rigettandola sulla base del rilievo che l’appello conteneva l’indicazione dei principi regolatori della materia che si assumevano violati dalla sentenza del giudice di pace pronunciata secondo equità.
L’esame diretto degli atti conferma l’esattezza della statuizione.
2.7. Infine, l’esame del settimo e dell’ottavo motivo, con i quali si insiste sulla necessità di disapplicare la deliberazione comunale in questione, resta assorbito a seguito del rigetto del quarto motivo.
3. In conclusione, il ricorso, previa correzione della motivazione della sentenza impugnata nei sensi sopra specificati, va rigettato.
4. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alle spese, che liquida in €. 1200,00, di cui €. 200,00 per esborsi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento ed agli accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.
Così deciso in Roma il 20 giugno 2017.
Il consigliere estensore
(Biagio Virgilio)
Il Presidente
(Renato Rordordf)
Depositata in Cancelleria il 25 maggio 2018